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Arte, Italiano, Italy, Teatro

La rivincita degli anziani

Non vorrei offendere nessuno, ma che definizione dareste a chi non ha più 40 anni ma nemmeno 60? L’età di mezzo o la mezza età, come l’ha chiamata qualcuno. Eppure chiamarli anziani e paragonarli così ad un’ottantenne non è nemmeno la scelta più giusta.

UndergroundMusicZinesCoverW[1]Loro, che magari erano piccoli ma che il ’68 italiano l’hanno vissuto. Che hanno visto nascere i Black Sabbath e che hanno partecipato alla rivoluzione culturale degli anni ’80. Perché, che se ne dica, non credo che gli anni ’80 fossero un periodo buio e di transizione verso gli anni ’90. Negli anni ’80 l’underground musicale italiano era forte. Mai sentito parlare di Negazione, Row Power, per citarne solo alcuni?
E non venivano sicuramente pagati molto di più rispetto ad oggi, così come non credo che la gente fosse più ricca. Eppure c’era fermento, intraprendenza, passione, la musica e la cultura venivano supportate e c’era una forte scena editoriale indipendentista. E scoprirete molto presto anche voi su che base dico questo.
Negli anni ’80 nessuno si vantava di avere il diploma della Lizard o dell’Accademia Musicale (come tantissimi chitarristi che conosco), non c’erano moltissimi genitori che mandavano i figli a lezione di musica. I gruppi suonavano per passione, per esprimere un punto di vista, un’idea. Quanti sono i gruppi mainstream ma non solo che vi trasmettono delle emozioni a fine concerto? Beh, per la sottoscritta sono pochissimi quelli rimasti. Quanti sono i gruppi che vi colpiscono per la passione e l’umiltà oltre che per la musica e non se la tirano perché “la settimana scorsa abbiamo suonato a Bologna” oppure “Weh, vecchio, quel chitarrista fa tremila note al minuto!”

E non mi voglio limitare al solo mondo musicale.

Un altro spettacolo mi ha colpito qualche settimana fa, “Tamburi Pazzi” di Walter Rado e di Massimo Tuzza al Kitchen. C’era innovazione, spettacolo, mimica, erano anni che non mi emozionavo così tanto a teatro. E tutto con pochissime parole, sì perché in un’ora e mezza di spettacolo avrò sentito, sì e no, dieci parole in tutto. Dialogo zero, ritmo 100. Le percussioni di Massimo e la vivacità delle gag gestuali di Walter hanno condotto il pubblico in una continua rappresentazione di scene esilaranti, con travestimenti, rappresentazioni di scene quotidiane e dell’ambiente naturale dove le parole non sono state importanti.

Uno spettacolo di grande qualità, condito di una tale dosa di gestualità e mimica che spesso è assente dai teatri italiani, per la predilezione verso noiose e tradizionali commedie dialettali che a volte sembrano fiction televisive. E quando parlo di teatri italiani, non mi limito a indicare le compagnie storiche, anche quelle giovani, dei giovani, che dovrebbero puntare a rappresentare qualcosa di nuovo e frizzante. Beh ovviamente non lo fanno, altrimenti “Lo spettacolo non ha successo”.

Ma se non siamo noi giovani ad avere la forza di rompere gli schemi, chi deve averla?

Credo poco alla parola artisti o creativi, una parola spesso abusata nel 2012. Certo, fa figo essere artista, tuttavia, l’analisi si dovrebbe fare sulla proposta, non sulla persona. Chi se ne frega del soggetto, io vengo a vedere cos’hai da proporre o da esprimere. E questo dovrebbe essere l’unico aspetto. Chi se ne frega della location, del catering, della birra (ok, posso capire che a volte la presenza o meno della birra possa essere significativa ma non essenziale).
E chi se ne frega delle scuole o delle accademie! Non ci potranno mai insegnare “il cosa” dire, solo “il come”. Certo, bisogna dire che sono una preparazione, una base da cui partire. Credo però siano un ambiente dal quale sia necessario allontanarsi per poter prendere la propria strada. Quindi, lasciamo stare anche il cv o i corsi, se la mia strada la trovo a 35 anni non posso essere troppo vecchio per fare quello che mi riesce meglio.

Infine passione. La passione è importante, ci fa essere attivi, superare gli ostacoli.
La possibilità di fare qualcosa che ci appassiona, che ci carica , che grazie alla quale, riusciamo persino ad andare contro quella che viene definita “normalità”. E mi dispiace, ma non credo che la passione di qualcuno possa essere “l’aperitivo”. Quindi finiamo di lamentarci e iniziamo a costruire il nostro futuro.

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About alessiacamera

London-based digital strategist and growth manager in love with tech & startups.

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Questa non É Arte by Diego Pillon Alessia Camera is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License. Based on a work at http://www.questanonearte.com

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